IMG-20171110-WA0008.jpgQuando noi ragazzi andavamo alla scuola elementare con la cartella a tracolla ed in tasca una mela o una arancia per merenda, tra illusioni di gloria e di certezza che da grandi avremmo certamente realizzato tante cose scritte nel libro del nostro futuro, pensavamo di essere noi al centro di tutto , invece era il tempo a tracciare il cammino. Si cresceva nella ingenuità e spensieratezza, in un tempo che sorrideva un po’ perche eravamo quasi tutti economicamente poveri, dopo che a causa della grande guerra, cessata da poco, gli italiani leccavano ancora le proprie ferite. Ma si guardava fieri a quel domani lussureggiante e felice in cui tutti credevano e verso cui tutti, cercavamo di rialzarsi nonostante i lutti e distruzioni che tante famiglie avevano subito..

Il tempo è passato e di quelle gioie restano i ricordi. Era proprio nel periodo della spensieratezza e del rialzo economico che il Comitato di Santa Maria, (allora personaggio di rilievo Mincuccio Lucatelli),riusciva a organizzare feste di grosso calibro, potendo invitare personaggi di grosso calibro. E venne l’occasione propizia per poter applaudire il “Reuccio della canzone italiana”: Claudio Villa in persona. Un evento che sconvolse la monotonia delle precedenti feste non sempre riuscite. Mancare all’appuntamento con questo celebre cantante, amato ancora oggi dai nostalgici, grazie anche alle interpretazioni della figlia Manuela, avrebbe avuto lo stesso valore di un oltraggio verso un nome famoso e verso chi aveva organizzato l’evento.

Ad una piazza Vittorio Emanuele stracolma, fece da contrasto la numerosa presenza di spettatori,molti dei quali, non potendo entrare nella piazza per la grossa affluenza, preferì farsi ospitare dai proprietari degli appartamenti i cui balconi menano ancora sulla piazza. Oppure vollero attendere ore interminabili sulle terrazze dopo essere arrivati li chissà con quali espedienti. Claudio Villa fece il suo esordio e cantò le canzoni più celebri e famose del proprio repertorio. Allora non era come oggi . Solo sporadicamente era possibile avere l’orchestra. Per questo non era neanche necessario smantellare la cassa armonica, sufficientemente ampia per accogliere gli ospiti. La musica spesso era già registrata e qualche volta si cantava anche in playbak. Ma il Viestano sapeva facilmente accontentarsi. Gli applausi furono scroscianti e la presenza del cantante aveva appagato in toto le attese .La pioggia dei fuochi artificiali sulla marina piccola diede il fine alla festa, e ai rumori dei botti si confondevano quelli delle giostre allocate dietro “u riand”, in uno stravagante mescolio di luci, musiche e schiamazzi.

Se Claudio Villa fosse ancora vivo canterebbe ancora i brani e i ritornelli, e canterebbe ancora, “addio anni di gioventù, perché non ritornate più?”

Ma forse è meglio tacer le memorie per riporre i sogni in un cassetto da aprire quando se ne sente il bisogno.

(Bartolo Baldi.)

 

 

LA FESTA VISTA DAI VIESTANI

17.jpgOgni 9 Maggio i Viestani accompagnano il bellissimo simulacro della Madonna, Patrona della città, al santuario di Merino. Questo percorso che viene fatto secondo una tradizione secolare si può definire un vero e proprio cammino nella storia, nella cultura e nella religiosità di questo popolo. Tutto ha inizio fuori la millenaria cattedrale dove al mattino escono i santi che accompagnano la Madonna lungo le strade cittadine e ad aprire il corteo è San Giorgio, compatrono della città. Il santo spesso invocato contro il male, simboleggiato dal drago, che in questa terra per secoli significava terrore delle scorrerie turche, apre un lungo corteo come fosse un soldato che fa da scorta alla Regina della città, va dietro Sant’Antonio di Padova, dottore della Chiesa e taumaturgo, invocato contro le pestilenze insieme alla statua di San Giuseppe, padre della Chiesa, protettore degli artigiani invocato dai moribondi. Segue quella di San Francesco da Paola, patrono dei naviganti, e dell’Arcangelo Gabriele protettore dei messaggeri. Nell’ultima uscita gli Arcangeli Raffaele; invocato contro la cecità e come protettore dei giovani e San Michele protettore del Gargano e vincitore sul maligno. Sembra quasi che questa sfilata di santi si apra con un cavaliere di Dio e si chiuda con la schiera degli Arcangeli, dove il drago sconfitto viene posto all’inizio ed alla fine del corteo. In ultimo in una splendida portantina dorata la Madonna viene portata in processione con solennità. La Madonna nel tratto che va dalla chiesa Cattedrale alla scalinata di via Vesta,Vieste-Santa-Maria-di-Merino-058.jpg

sosta all’imbocco dell’antica piazza, ove si svolgeva nel Medioevo sotto le scalinate laterali della Cattedrale, il mercato; poi prosegue lungo Via Gregorio XIII, e all’altezza di via Diaz si ferma nei pressi di un portone che, anticamente, portava nella casa di un nostro concittadino che venne guarito da Celestino V durante la sua permanenza in Vieste nel 1296, alle spalle di questa era il negozio di Michele Cariglia, dove Monsignor Gagliardi si rifugiò per scampare al linciaggio che venne orchestrato ai suoi danni nel 1919, facendo girare la falsa notizia che voleva vendere la Madonna dopo il restauro, in questa occasione il vescovo fu preso incredibilmente a sassate e alcune pietre che entrarono nel negozio, finirono nella culla dove giaceva una bimba di pochi mesi che rimase miracolosamente illesa. La processione prosegue per Via Vesta (la strada del forno chiamata così perché c’erano i forni cittadini). In realtà la processione passava lungo il costone che collegava la via San Michele al Seggio e che oggi non esiste più a causa della caduta della falesia che distrusse molte abitazioni della Judeca in cui risiedeva una piccola comunità di Ebrei. La Madonna quindi costeggiava il mare e poi passava lungo la Piazza del Seggio, salutata dagli spari. La scalinata di Via Vesta veniva invece percorsa di sera lasciando libero il costone in cui i militari facevano la ronda notturna per sorvegliare il mare. In questa occasione Vieste si svuotava e la città restava in mano ai militari che in questo giorno applicavano pene esemplari per ogni reato commesso e per scoraggiare i malintenzionati che potevano arrivare anche dai paesi vicini. Per controllare questo flusso di persone allora i militari salutavano la Madonna con degli spari a salve, che in seguito furono sostituiti dai fuochi artificiali. Le strade la sera venivano illuminate da fiaccole, candele, lucerne e lumi poste sui mignali, sui davanzali e davanti i portoni per illuminare le strade, compito dei viestani rimasti in paese, preparare il tutto per accogliere la Madonna al suo rientro. Giunti a Corso Umberto I, famosa come la strada dei sarti, il corteo imboccava quello che era un corso principale della città, raggiungeva Piazza dei Mercantili dove erano ubicate le sedi dei mercanti che commerciavano via mare con la Dalmazia per poi passare lungo la strada dei mulini e raggiungere così la Piazza del Fosso. L’itinerario della processione nel passato terminava qui dopo che il corteo era passato lungo i confini dei rioni del centro abitato i cui nomi oggi li vediamo simbolicamente raffigurati nei soffitto dipinto della Cattedrale. Qui il popolo prendeva con sé la Madonna e la portava a spalla fino a Merino con lo sguardo rivolto al mare salutata dallo sparo dei fuochi a salve dai soldati che erano sulla Porta di Basso o di Mare ubicata all’uscita dal Fosso. Nel 1848 i vinattieri della città donarono alla Madonna la Cassa grande per solennizzare maggiormente il corteo processionale e, con l’espansione urbanistica di Vieste fuori le mura, il comitato feste, su volere del popolo fece erigere la Pietra Grande nel 1896 per favorire il cambio della Cassa e prolungare il tragitto processionale. L’odierna via Fazzini arricchisce ancora di più le vicende legate alla festa grande di Vieste IMG-20170510-WA0032.jpgcon avvenimenti verificatosi nel Novecento come la distruzione della statua di San Giorgio nel 1961 che avvenne a causa del maltempo oppure l’improvvisa rottura di un’asta della Cassa grande davanti al cantiere del Palazzo di Città ad inizio del secolo scorso. Il Popolo interpretò questo avvenimento come il volere della Madonna di continuare a sparare i fuochi come finora si era fatto e così si istituirono subito i fuochi artificiali sulla spiaggia di Marina Piccola. Nel frattempo l’illuminazione della festa si ampliò proprio su questa strada usando dei pali colorati a cui si appendevano dei festoni fatti di piante aromatiche muniti di lumi ad olio che, con l’avvento dell’energia elettrica diedero vita alle artistiche luminarie che ancora oggi ammiriamo. Come vediamo sono tanti i riti e le consuetudini che la vita moderna ha modificato ma questo corteo resta sempre una delle più belle pagine di questa festa in cui fondono folklore, devozione e cultura popolare.

Giorgio Olivieri e Anastasia Tatalo (Percorsi di Bellezza)

FESTA DI SANTA MARIA 1919.UNA BRUTTA PAGINA DI STORIA VIESTANA

 

12921140_1790249631197277_1541292740_n.jpgEra appena trascorsa la festa di Santa Maria del 1919. Nella Cattedrale di Vieste, con l’autorizzazione dell’allora Ispettorato ai Monumenti Nazionali,  la statua della Madonna fu rimossa dalla nicchia e venne collocata in una delle cappelle laterali per alcuni interventi di restauro, mentre l’oro votivo fu custodito in un’apposita cassa.

Ma tali “movimenti” diffusero fra la popolazione l’opinione che la statua e gli ex voto sarebbero stati «trafugati» da Mons. Pasquale Gagliardi Arcivescovo di Manfredonia e Vieste, che, in quei giorni, si trovava nella nostra città per predicare durante il mese mariano. Nella sera del 15 maggio uomini, donne e giovanetti facinorosi si presentarono in chiesa, minacciando il Vescovo con gravi epiteti verso la sua persona. Verso il suo operato la storia locale ricorda una delle vicende più scabrose ed indecorose provocate dal fanatismo e dalla ignoranza dei tempi.La ingenuità dei viestani, pressata da un disegno isterico, scese a compromessi di profanazione verso il Presule, legata solo alla presupposizione e alla maldicenza di taluni e non tenendo conto che già era stato annunciato che la Madonna sarebbe stata spostata dalla sua cappella dopo le feste di Santa Maria per poter permettere un intervento di restauro. La statua versava in condizioni di estremo bisogno. Quello che accadde lo ricorda bene chi ha vissuto la storia degli inizi del secolo scorso. il Vescovo Gagliardi da questo episodio usci sconfitto ma nello stesso tempo vincitore perché, dopo aver capito in quale malinteso erano caduti, molti viestani chiesero perdono..

Monsignor Gagliardi nacque l'8 dicembre 1859 a Tricarico, piccolo comune dell'allora distretto di Matera, appartenente all’epoca al Regno delle Due Sicilie, nonché sedemons-pasquale-gagliardi.jpg vescovile suffraganea dell'arcidiocesi di Acerenza e Matera,

Entro’ nel seminario diocesano venendo ordinato sacerdote il 22 dicembre 1883 per essere successivamente nominato rettore del Seminario arcivescovile e del Santuario di Maria Santissima delle Grazie, una delle più importanti chiese della città di Benevento.

Ricopre tale incarico fino al 1897. Viene promosso da Leone XIII, nel concistoro segreto del 19 aprile, a soli 37 anni, alla sede metropolitana di Manfredonia, cui è unita l'amministrazione perpetua della Diocesi di Vieste.

Il 1º ottobre 1929 rinunzia al governo pastorale dell'arcidiocesi di Manfredonia e Vieste e viene trasferito alla sede arcivescovile titolare di Lemno (Isola greca ?), tornando a vivere a Tricarico

Contemporaneamente alla sua rinunzia il milanese Alessandro Macchi, vescovo di Andria, diviene amministratore apostolico sede vacante di Manfredonia e Vieste, incarico che continua a ricoprire anche dopo la nomina, nel concistoro segreto del 30 giugno 1930, a vescovo di Como.

Esattamente un anno dopo, il 30 giugno 1931, Pio XI elegge un nuovo arcivescovo di Manfredonia ed amministratore perpetuo di Vieste nella persona di Andrea Cesarano, vicario generale del vicariato apostolico di Costantinopoli.

Muore a Tricarico a 82 anni, l'11 dicembre 1941. Sicuramente la vicenda viestana ha segnato per sempre l’ animo di questo Pastore non ben voluto ma probabilmente neanche ben capito

comitatao 1914 collezione delli santi n

L’ utilizzo della fascia tricolore in occasione delle manifestazioni ufficiali, come può essere la processione dei Santi Protettori, è praticato non soltanto da parte dei sindaci (o vicesindaci nella funzione di sindaco pro-tempore), ma è esteso anche a membri dell’Amministrazione delegati in rappresentanza. Durante le processioni della Madonna di Merino era antica consuetudine che venisse indossata anche la fascia (si desume di colore celeste) da parte di alcuni componenti  del Comitato.

Non conosciamo il significato preciso di questo simbolo,né tantomeno conosciamo le motivazioni che col tempo l’abbiamo fatto andare in disuso. Probabilmente si voleva evidenziare un preciso impegno pubblico o una carica istituzionale all’interno di questo gruppo spontaneo, nato senza fini di lucro personale. Anticamente non era possibile per tutti diventare un componente del Comitato di Santa Maria perchè era necessario innanzitutto avere il tempo a disposizione, e la grande maggioranza proveniva stanca dal lavoro nelle campagne o era impegnato in altri disparati tipi di lavoro. Inoltre chi era chiamato a far parte  della “Commissione di Santa Maria” quasi sempre  si distingueva per un titolo nobiliare, oppure apparteneva a determinate fasce sociali di elite. Forse era proprio per questo che si dotarono di una fascia che li contraddistingueva ancora di più in queste grandi occasioni.

La pratica odierna della vestizione con una fascia  di colore celeste è stata ripresa circa dieci anni fa. Ed è nel giorno della processione, e solo in tale occasione, che due componenti942206 10200225590417619 1265640429 n ricevono l’incarico da parte del Presidente del Comitato di “scortare” la Madonna indossando la fascia, sistemandosi ai lati del Simulacro,praticamente  insieme ai Carabinieri in grande uniforme. Tutti gli altri si sistemano dopo il gonfalone comunale e le Autorità Civili e militari,  immediatamente  prima dei ministranti e il Clero.

Il ripristino della fascia non ha nulla di religioso, ma è un gesto che ci piace proporre come ossequio rispettoso verso Santa Maria di Merino e verso tradizioni remote, di cui dovremmo essere tutti orgogliosi da non far tramontare mai.

Siamo nella convinzione che le proposte per il recupero di antiche usanze possono far diventare la processione sempre più bella nella fede, nella cultura , nell’arte e nella storia, e il ripristino della fascia o della antica divisa dei Vigili Urbani hanno centrato l’argomento.

Di questi ultimi ci informeremo e saremo pronti a raccontarlo.

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E’ scritto che “Qualche volta i turchi, sbarcati di nascosto, si appostavano lungo le strade per derubare i viandanti o catturare degli schiavi. Neppure la processione della Madonna era immune da questo flagello. Così i bravi cittadini di Vieste istituirono un corpo armato che proteggesse la processione e organizzasse la festa in modo che tutto filasse liscio e sereno. Qualche giorno prima del 9 maggio un banditore chiamava a raccolta gli uomini validi, avvezzi alle armi. A comandarli si chiamava un "camerlengo" a cui le magistrature cittadine, per tutta la durata della festa, affidavano i poteri civili e militari. La sera dell'otto maggio il corpo armato si schierava dinanzi al castello. Dal portone usciva il castellano in grande uniforme e consegnava al camerlengo il bastone del comando (e le chiavi della città). Il camerlengo era il comandante assoluto della città per l'intero giorno della festa. Organizzava le ronde contro i pirati e i briganti, ordinava la processione, s'occupava dei lumi che accompagnavano la Madonna. Alla fine della festa si ripeteva la cerimonia dinanzi al castello; il camerlengo ridava al castellano il suo bastone e tutto ritornava come prima”.

Siamo molto lontani dai tempi in cui la processione verso Merino, insieme alla statua della Madonna, era svolta da poche persone perchè si era nel timore continuo di subire assalti ed angherie. I tempi sono cambiati, come pure è cambiato il modo di gestire la processione. A Merino ci va tanta gente ed altrettanta, pur non recandosi verso il Santuario, partecipa alla processione devotamente e compostamente. Non c’è più bisogno di consegnare al “camerlengo” di turno le armi o il bastone e le chiavi per poter aprire e chiudere le porte della città di Vieste ( che certamente finiva all’ingresso del centro storico dove è l’attuale piazza  del fosso). Per una felice intuizione da alcuni anni è stata adottata la tradizione di consegnare le chiavi della città alla Madonna poco prima del cambio della cassa. Questo gesto vuole ricordarci che la Madonna di Merino è la vera padrona delle nostre strade e del nostro destino.

La chiave che in un gesto simbolico il Vescovo, il Sindaco e il Comitato consegna alla Vergine di Merino non è d’oro, ma è rivestita di oro e di brillanti perché noi figli vogliamo dire a Maria che desideriamo porre nel nostro cuore l’oro vero che ci lega a Lei .10298986_10202140044486063_6067309835874807032_n.jpg

SANTA_MARIA__n.jpgNon puoi conoscerla per sentito dire, devi guardarla. Non puoi guardarla tramite foto, devi ammirarla da vicino. E la sua festa, non fartela raccontare, devi viverla. Il 9 maggio è il giorno di festa per tutti i viestani, vicini e lontani, un giorno diverso dagli altri, la festa patronale per eccezione in onore alla Madonna di Santa Maria di Merino. La devozione verso la Madonna è qualcosa di decisamente complesso da descrivere: la festa che si apre il 30 aprile lascia entrare chi è a Vieste in quei giorni in un alveo di profumi e sensazioni tipiche di una ricorrenza molto sentita dal luogo e dalla popolazione.

Come diceva il compianto sacerdote viestano Don Mario Dell’Erba, tanto devoto anch’egli di Maria, in una leggendaria e commovente omelia nella santa messa del 9 maggio di alcuni anni fa in Cattedrale, “oggi è il giorno di festa, questo giorno è la Pasqua Viestana”. Niente di più vero in questa celebre frase che accompagna tutti in quei nove giorni, durante l’esplosiva fertilità della primavera, caratterizzata anche dall’arrivo dei primi flussi turistici da ogni parte del mondo, anche loro colpiti e entusiasmati dall’attaccamento e l’affetto rivolto da tutte le generazioni verso la protettrice di Vieste. Come non considerare la magia di questo momento, la gioia dello stare insieme di vivere intensamente ogni anno, ogni 9 maggio, per cui molti viestani, d’origine e fuori sede, decidono di tornare nell’amata Vieste proprio in quei giorni?

È assoluta la consuetudine per molti lavoratori, studenti fuori sede, famiglie all’estero, concentrare le proprie ferie lavorative a scapito di festività natalizie e pasquali, una fattispecie riscontrata da sempre, in cui si evince il carattere devozionale e trasmettitore ai più piccoli che trasmette e tramanda in automatico alle nuove generazioni l’ereditàpreziosa della tradizione e spinge ogni visitatore ancora ignaro alla festa a parteciparvi e ad unirsi in preghiera. Sarà il 9 maggio e sarà ancora una volta suggestivo percorrere poi il tradizionale pellegrinaggio verso il santuario di Merino, “un viaggio con te!” è il pensiero principe di ognuno, dalla strada alla sabbia, tra gli odori dei campi e la brezza marina, è il cammino di preghiera che accompagna Maria verso il santuario a 7 km dal centro abitato, tutti insieme con Lei in un giorno speciale.

Il ritorno è un tripudio di emozione, una processione di luci tra i colori della sera, i viestani che riportano la Madonna verso Vieste, non torneranno a casa senza averla accompagnata al trono, tra gli angeli e i santi, che con le confraternite la aspettano per riprendere il cammino tra la gente. È la festa del popolo, un popolo che nonostante tutto ama festeggiare Maria, omaggiarla con canti e preghiere, rientrare insieme a Lei in Cattedrale a notte inoltrata e ringraziarla della giornata, faticosa ma speciale, perché attraverso la fatica e il sacrificio s’intravede la bellezza delle cose. Il popolo viestano ritrova la sua più fervida devozione nei confronti di Maria l’indomani mattina in Cattedrale, con il saluto più bello, con la preghiera e le lacrime pronte a scendere di chi teme che sia l’ultima volta, di non poter più festeggiarla in vita, di chi invoca la salute e le grazie, di chi non smette mai di sentirla parte di sé.

Sarà il 9 maggio, e sarà festa.

MAX SIMONE

                                                                                                               

                                                                                                               Si avvicina la festa di Santa Maria di Merino. E’ bello rivedere a ritroso i tanti avvenimenti che hanno caratterizzato la vita di noi 031bambini e ragazzi degli anni cinquanta e sessanta. E mentre si risente lo scampanio grandioso e festoso della Cattedrale, riappare alla mente  quanto ci raccontavano gli anziani sulle impressioni percepite e sulle fantasie che arricchivano la nostra statua di Santa Maria. Anche se ci sarebbe piaciuto partecipare alla cerimonia di intronizzazione, il maestro delle scuole elementari non ce lo permetteva, né tantomeno ce lo permettevano i nostri genitori,  cosi' legati alle condizioni sociali di allora. Bisognava ubbidire !! Per questo  non andare a scuola per partecipare a questa cerimonia sacra,  sarebbe stato comunque scortese verso le istituzioni scolastiche. Cosi' vicinissimi alla Cattedrale ( scuole elementari Fazzini ) ci toccava solamente sentire gli spari e le campane a gloria e , ravvolti dalla fantasia, immaginavamo di essere presenti ugualmente in chiesa e di cantare insieme i canti popolari dedicati a Santa Maria. Qualcuno degli amici più grandi o anche i nostri stessi genitori, tornati a casa,ci raccontavano come  erano andate le cose. "Quanta gente! E quante persone che gridavano piangendo e cercando di toccare la Madonna con il fazzoletto o con la mano. Ma perché la gente gridava e piangeva? La risposta era semplice e decisa: Ci sono  mamme che hanno perso il loro figlio da poco perché ammalato ( allora si moriva facilmente di tifo a altre malattie di origine batteriche e gli ospedali non erano troppo facili da raggiungere). Oppure c’erano  delle mogli che avevano perso il proprio marito perché era morto in mare. Altre erano le mogli che piangevano perché i loro mariti erano emigrati per motivi di lavoro   in America o in altre Terre lontane e chissà quando e se avrebbero fatto più ritorno.

Quando la Madonna era stata finalmente collocata sul trono e non solo gli occhi erano a lei puntati ma anche le luci, si cominciava ad immaginare e a pensare alla vera storia di quella statua  cosi bella e  cosi irrangiungibile.  Ma colpiva soprattutto l’immagine del suo viso luccicante. Gli anziani ci raccontavano che la Madonna sudasse. Gli anziani. “arricchivano la loro fantasia raccontandoci che la Madonna sudasse ogni qualvolta veniva a conoscenza ( praticamente sempre) delle sofferenze della gente per le disgrazie o per i peccati.

Per questo il popolo faceva asciugare il viso attraverso un fazzoletto .Quel panno sarebbe stato conservato  a casa per  sconfiggere il male attraverso la preghiera.

Peccato che i necessari restauri hanno reso il viso un po' opaco asportando il lucido. Era bello fantasticare e credere davvero che la Madonna stesse sudando..  

                                                                                                                                                     Bartolo Baldi

La devozione alla madonna di Merino 

025Entrando in cattedrale, per la porta principale,si incontra a destra la cappella dell” annunziata detta del popolo, che fù eretta, nel 1617 con atto notarile dall’ Università di Vieste, a nome del popolo viestano. Qui è posta la statua lignea di Santa Maria di Merino, sulla cui data di costruzione si sa ben poco. Alfredo Petrucci la fa risalire al XIV secolo, mentre Gaetano Lorenzoni, che la restaurò nel 1956, la data intorno al quattrocento. La statua, dipinta con devozia e particolari, è ricavata in un tronco di tillio, legno compatto e immune da tarli, leggero ed adatto ad essere intagliato. In origine i colori erano : rossa la veste e azzurro il manto. L’8marzo 1617 subì un primo restauro ad opera del comune che la fece anche dipingere ed aggiungere arabeschi di colore bianco, rosso ed azzurro, distribuiti sul velo del capo, sulla veste e sull’ manto. Si mostra con il ginocchio destro sul suolo, la mano sinistra sul petto e la destra “elevata come chi saluta. Il volto è proteso verso l’alto, le labbra si muovono”. I devoti viestani venerano Maria SS. col titolo di Merino, perchè una antica tradizione, riportata dallo storico Vincenzo Giuliani, narra che statua proviene da questa zona, ubicata a Nord ovest del territorio di Vieste. Si vuole che l’abitato di Merino sia andato distrutto tra il IX -X secolo, a causa di una violenta alluvione che lo sommerse e che i superstiti si siano rifugiati in Vieste, portando via ciò che di più caro avevano: l’immagine della vergine Maria. Questo potrebbe spiegare anche la consuetudine secolare di portare ogni anno la statua lignea della Madonna nel luogo campestre di Merino. In uno degli incendi sopra accennati (forse quello dell’ 31 agosto 1480) la statua di Santa Maria di Merino,che era custodita in una nicchia in sacrestia, restò miracolosamente illesa. Da quel giorno tutto il popolo viestano la elesse sua patrona e si ebbe cura di scrivere nel Martirologio della città la data 9 maggio” A Vieste, fuori della città, si celebra la festa di Santa Maria di Merino,principale protettrice della stessa città, venerata con il titolo della Singolare Purità con grandissima devozione e straordinaria partecipazione del popolo”. Ancora oggi numerosi sono i viestani, che in questo giorno si recano a Merino, presso la piccola chiesa, meta di pleegrinaggio. La chiesa si presenta “lunga rispetto alla larghezza; perchè, nel tempo, quando si mostrò incapace di contenere il numero crescente di pellegrini, pensarono a stirarla. Prima fu tirata indietro e poi avanti. Il popolo la tirò indietro nel 1851. Fu eretta una cupoletta e ai lati si collocarono le due belle colonne di granito rinvenute a due passi dalla chiesa stessa. La chiesetta fù tirata in avanti nel 1909. Ai lati addossati al primo nucleo della chiesa attuale probabilmente deve risalire alla fine del 1400. Nel 1853 fu collocata all’ ingresso della chiesetta una tela, raffigurante la Vergine nel momento dell’Annunciazione, cioè nella stessa posizione che assume nella statua, dipinto dal molisano Ernesto Moccia, su comissione del viestano Filippo Petrone. Questa tela oggi dopo il furto del 1988 è custodita nel palazzo vescovile. La chiesetta ha un alto dipinto sempre raffigurante la statua della Madonna, eseguita nel 1904 dal prof. E. Marchiani.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                   Nicola SANTORO

santa maria 3La statua di Santa Maria di Merino, una realtà fusa con la leggenda

4 mag, 2014  in Storia del Territorio  con tag gargano / Santa Maria di Merino / vieste da admin

Quando a Vieste circolavano pochissime automobili, e non esistevano neanche le strade asfaltate, la processione, che si snodava subito dopo il cambio della “cascia nova” con la “cascia vecchy”, diventava un andirivieni di gente che si premurava di rintracciare i propri bambini, oppure di averli già a portata di mano. Insieme ci si immetteva in direzione del santuario di Merino a piedi, oppure a dorso di muli, o seduti su carretti di legna che , mentre tutto l’anno venivano utilizzati come “mezzo di trasporto merci,” quel giorno fungevano solo come mezzo per trasportare le persone ( ovviamente le più fortunate).. Un tratto bisognava farlo attraversando la spiaggia du “scial cumment”, immettendosi dalla attuale via Pelagosa, per poi costeggiare la “vign d Gadducc” . infine si risaliva sulla strada sotto la antica chiesa rupestre di San Lorenzo. Qui la strada era tutta un ammasso di polvere o di pozzanghere.

Durante il tragitto processionale cittadino, che dalla Cattedrale si snodava attraverso il largo Seggio e Corso Fazzini, le mamme stendevano al balcone le migliori coperte che possedevano e nessun balcone restava privo di addobbo, soprattutto lungo il centro storico, da dove era possibile lanciare petali di fiori che in quel momento andavano ad adombrare la bella statua lignea di Santa Maria.

Della storia della statua di Santa Maria si conosce molto poco.Forse è per questo che dalla storia vera si entra facilmente nella leggenda, quella che riempie di fantasia la mente dei fanciulli e dei grandi, convinti di conoscere in pieno come siano andati i fatti, oppure dando per scontato che la Madonna abbia la mano tesa in seguito a un miracolo avvenuto per parare alcune palle di cannone che stavano cadendo sulla città di Vieste. La leggenda più conosciuta e raccontata è sicuramente quella di una statua che avrebbe ornato la polena di una nave e che in seguito al suo naufragio sarebbe stata portata dalle onde del mare sulla spiaggia di Scialmarino. La statua lignea di Santa Maria sarebbe poi stata trovata sulla medesima spiaggia da alcuni marinai di Vieste e di Peschici che pacificamente fecero fare al destino per conoscere quale due paesi potesse vantarne la proprietà dopo il ritrovamento.

Infatti posero la statua su di un carro trainato da due buoi, uno era di Vieste e l’altro era di Peschici. Ma la Madonna aveva evidentemente scelto Vieste. Infatti i due buoi, senza alcuna esitazione si diressero verso la Cattedrale fermandosi ai piedi del monumento.Era il nove di maggio. In ricordo di tale evento la nostra Città ogni anno riporta la preziosa statua a Merino riservandole ogni tripudio.

Forse, ponendola nell’ambito delle manifestazioni festive in onore della nostra Protettrice, bisognerebbe pensare ad una rievocazione storica di questo avvenimento, senza pensare troppo a quanto possa essere veramente accaduto durante il ritrovamento della statua, forse la piccola e seminascosta in un angolo della sacrestia di cui si parla in occasione della devastazione della Cattedrale avvenuta durante l’assedio di Dragut Rais, oppure di quella attuale di cui tutti godiamo della sua bellezza e verso la quiale tutti imploriamo la costante protezione.

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La “Commissione di Santa Maria”

La nascita del Comitato di Santa Maria di Merino si perde nella notte dei tempi. Fino agli anni 60-70 era conosciuto anche con il titolo onorifico di “Commissione di Santa Maria”. Certamente nei tempi passati si aveva molto più rispetto e stima per queste persone. Forse perché quasi tutti godevano di un certo prestigio nella vita cittadina ma anche perché , nella povertà del tempo , per tanti contribuire alla festa patronale era quasi un obbligo civile e morale. Chi non aveva possibilità di dare il proprio obolo “in contanti”, pensava bene di mettere soldi da parte durante tutto l’anno perché non si doveva far brutte figure verso chi veniva a chiedere qualcosa per organizzare la festa per la Madonna. Addirittura nel periodo di molitura molti olivicoltori offrivano il proprio olio che veniva messo in vendita e il ricavato andava ad aumentare la somma che si riscuoteva. Tanti emigrati, soprattutto nella lontana America, costituivano un comitato per proprio conto e raccoglievano offerte che poi venivano inviate a Vieste.

Scartabellando tra i documenti presenti nel nostro archivio, abbiamo trovato un elenco di nomi che dal lontano 1957 hanno speso energie e tempo per organizzare la nostra festa grande.. Li vogliamo ricordare tutti anche perché alcuni di loro già ci hanno preceduti nella vita terrena. Ed è soprattutto a loro che va il nostro ricordo e la nostra gratitudine. Principalmente vogliamo ricordare il Colonnello Cimaglia che, probabilmente, non è mai stato membro del Comitato. Ma lui ha donato il locale sito nella piazza Vittorio Emanuele ( detta del Fosso) dove il Comitato di Santa Maria si riunisce per organizzare la festa.

Dopo il periodo delle guerre mondiali Il “nuovo” Comitato, Ovvero la “Commissione” ,ebbe gli albori  nel 1957 con l’Ingegnere Diana Presidente. Il Dottor Michelangelo Medina Vice presidente, il Dottor Luigi Spadea con l’incarico di cassiere. Il Signor Girolamo Troiano con l’incarico di cerimoniere, il Comandante dei Vigili Urbani Francesco Mascia, il vero fac-totum del Comitato.

Giulio Argentieri – attuale cerimoniere - è entrato a far parte del Comitato nel 1968 ed è tutt’ora uno dei più validi collaboratori. Negli anni successivi si sono avvicendati i signori Giuseppe Olivieri (1970) Giovanni Pellegrino (1981) Gianni Sollitto, Giovanni Battista Troia e Franco Impagnatiello ( dal 1981 al 1983)

Negli anni successivi ( 1984) sono entrati nel comitato il dottor Bartolo Baldi,il Rag Vincenzino Ruggieri e il Ragionier Nicola Caruso, mentre Mario Rosiello ( detto zio Mario). Pasquale Pecorelli e il professor Cimaglia. Si sono avvicendati fino al 1990

Dal 1994 ci fu una “rivoluzione” con le dimissioni di tutti i membri del comitato e un rinnovo quasi totale del direttivo con Alfredo Micale, attuale presidente Michele Mattera ,Rocco Ruggieri, Mauro Santoro, Domenico Russo, e Pasquale Guerra . Una ventata di nuove leve e di alcune novità. Dal 2003 sono entrati Domenico Biscotti e Stefano Mattera. Dal 2007 hanno cominciato la loro collaborazione Martino De Simio,Carlo Soldano, Gianni Fasani e Vincenzo Vescera. Ultime leve, in ordine di tempo, sono stati i sigg. Del Duca Nicola, Pasquale De Meo ( 2012) Antonio Pecorelli ( 2014) per finire ad Antonio Sicuro (2015)

Un merito particolare va a Vitangelo Zaffarano. Un simpatico giovanotto che dal 1979 svolge il compito di usciere e di commesso. Grazie alle sue attenzioni il nostro locale è sempre pulito e accogliente.

Abbiamo cercato di raccogliere quanto era nei nostri archivi e nei nostri ricordi. Se inavvertamente abbiamo omesso qualche nome,oppure qualche data errata, saremo grati a chi vorrà segnalarlo .Però vorremmo anche il vostro aiuto e collaborazione. Per chi intende presentarsi abbiamo già spalancato le porte. Con la buona volontà cerchiamo ovviamente impegno e buona condotta morale .

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